
Una cosa è certa, da quando ho sposato il word-processor non sono più riuscito a tornare indietro: un giorno che mi si è fermato, mi sono fermato pure io. Lo so, oggi può sembrare scontato, ma all'epoca ha cambiato la mia vita di scrittore.
Ora, resti tra noi, sebbene abbia venduto milioni di copie in tutto il mondo, io per i miei libri non ho mai vinto premi rilevanti, o almeno non rilevanti per la critica e gli affetti da "intellettualosi".
Con Storia della filosofia, però, ne ho vinto uno, il Premio Bancarella, ed è stato addirittura tragico.
Ricordo ancora la scena come fosse oggi: il notaio apriva le buste e leggeva una dopo l'altra le schede:
"De Crescenzo."
Silenzio.
"De Crescenzo."
Silenzio.
"De Crescenzo."
Silenzio.
A un certo punto, quando alla centocinquesima scheda è arrivata finalmente una preferenza diversa, ed era per Piero Angela, in sala è scoppiata una vera e propria ovazione.
Alla proclamazione del vincitore mi sono alzato e ho detto: "Io mi vergogno, chiedo scusa, non è colpa mia. Se avessi potuto manipolare le schede, mi sarei sì attribuito la vittoria, ma con un margine scarsissimo, due o tre voti, anche per dare un po' di suspense allo spettacolo. Ora non so che fare. Anzi, lo so. Prendo questa statua che è il simbolo del premio e vorrei consegnarla al figlio di Giuseppe Marotta, che vedo qui tra i presenti. Marotta è stato un grandissimo scrittore, uno a cui io devo tutto, anche se non l'ho mai conosciuto, e non è stato mai premiato in vita sua" Non è bastato questo a cancellare il mio imbarazzo. Nel corso degli anni, però, di tanto in tanto mi capitava di incontrare un ragazzino che mi prendeva la mano e la baciava, perché gli avevo fatto prendere otto in filosofia. In quei momenti pensavo che forse quel premio un po' me lo sono meritato.
Tratto da: Sono stato fortunato, autobiografia di Luciano De Crescenzo 2018