Caro lettore,
se mi chiedi che cos’è la filosofia, io ti rispondo: non lo so.
Ebbene credimi, sul serio non lo so. Ci campo sopra e anche bene. Oddio bene, diciamo benino.
Ora però, supponiamo che andando in cielo incontrassi una signora chiamata Filosofia, non avrei il coraggio di sedermici accanto e di mettermi a parlare con lei.
Ad ogni modo per il mio lavoro, ma soprattutto per passione, in questi anni ho frequentato i grandi della storia del pensiero. E quando dico frequentato, intendo nel senso stretto della parola, o quasi.


Con Socrate, Platone e compagnia bella io sono andato a prendere il caffè, ho fatto lunghe passeggiate chiacchierando un po' di tutto: di donne, di televisione, del traffico, del cibo, di computer. Insomma, della vita.
Siccome poi a questi filosofi io, più che rispettarli, ho voluto bene, è finita che siamo diventati amici. E come degli amici un po' speciali mi hanno saputo dare dei consigli, degli insegnamenti, di cui ho fatto tesoro nella vita.
Da Socrate ho imparato la passione disinteressata per la conoscenza, da Platone il vero volto dell'amore e la differenza fra apparenza e realtà; da Epicuro ho appreso l'amicizia e la felicità, da Eraclito l'idea che tutto scorre.
È stato un santo come Agostino a farmi capire meglio il senso del peccato, Erasmo mi ha donato un nuovo modo di guardare alla follia, Nietzsche mi ha insegnato a superare la morale comune. Sono stati due scienziati infine, Galileo ed Einstein, a darmi una lezione rispettivamente sulla forza della curiosità intellettuale.
"Che cos'è il tempo?" si chiede Sant'Agostino, quindi aggiunge: "Se nessuno me lo chiede, lo so, ma se dovessi spiegarlo a chi me lo chiede, finirei col non saperlo".
E il Presente? Esiste sul serio il Presente? Se è vero che il Passato non esiste, perché non è più, e se è altrettanto vero che il Futuro non esiste, perché non è ancora, come fa il Presente a esistere, quando è solo una separazione tra due cose che non esistono?
"Può esistere solo un qualcosa" dice Sant'Agostino "la cui condizione d'esistenza è quella di cessare d'esistere?"
È indubbio che ci sono due concetti di tempo: quello fisico (tempo esterno), che dovrebbe essere uguale per tutti, e quello psichico (tempo interno), che è diverso da persona a persona e che varia col variare degli avvenimenti.
Il tempo psichico è un connotato personale, come il colore degli occhi o dei capelli, ma è anche una grandezza accidentale: basta confrontare la giornata di un venditore di detersivi a domicilio con quella di un ergastolano per capire come possa variare il tempo.
Sant'Agostino lo definiva "un'estensione dell'animo umano".
Continuo a dire, a costo di ripetermi, che innamorarsi non conviene. In ogni relazione amorosa, infatti, c'è sempre uno che soffre e l'altro che si annoia, e questo perché l'amore inizia contemporaneamente per poi finire in tempi diversi. Meglio allora l'amicizia: quella vera, dura più a lungo e cresce con il passare degli anni. D'altra parte, ciò di cui abbiamo veramente bisogno non è la passione ma la possibilità di comunicare con un altro essere umano. Di uno, insomma, che ci capisca e con il quale si possa entrare in sintonia.
Penso anche che una volta era facile dire: "Ti amerò per tutta la vita", perché la vita durava di meno. Oggi, invece, chi se la prende una responsabilità simile?
Direte voi: "Cominciamo bene!".
Vabbè, è vero, ci sono coppie che restano insieme anche fino alla morte. Sono poche, ma esistono. Secondo le statistiche, a ognuno di noi, in media, toccano tre grandi amori: uno verso i sedici, uno nella maturità e uno, purtroppo, quando si è anziani.
L'amore è un'energia che alimenta il nostro corpo e la nostra anima, e ci consente nel confronto con l'altro di crescere, affinando la nostra individualità.
"Cogito ergo sum" sosteneva Cartesio. Ovvero, penso dunque sono.
"Amo ergo sum" dico io.
Amo, ed è grazie a questo amore che "sono", che esisto.
Non voglio con ciò affermare che se non amo non esisto, sia chiaro, ma la vita, se la affrontiamo da innamorati, è di sicuro più allegra. E non mi riferisco soltanto all'innamoramento che si può provare verso un eventuale partner. Si amano i propri genitori, i propri figli, gli amici. Ma si può amare anche il proprio lavoro, i libri, l'arte, la musica, viaggiare e altro ancora.
Forse è un tipo di amore diverso, ma può essere allo stesso modo appagante.
Se c'è un valore che Epicuro mette sopra tutti gli altri è l'amicizia. "Di tutti i beni che la saggezza ci porge, il più prezioso è l'amicizia" dice infatti, ed è questa la chiave per capire la sua filosofia. Meglio una società che speri nell'amicizia, che una che faccia affidamento sulla giustizia. [...]
Per Epicuro l'amicizia doveva trasmettersi da uomo a uomo quasi per contagio, tipo catena di Sant'Antonio. Sostituiamo la parola amore con la parola amicizia e abbiamo in Epicuro un precursore di San Francesco. Se il messaggio non è mai stato recepito dalle masse, è perché l'amicizia è un valore privato, e non è come la giustizia, che può essere un valido strumento ideologico per la conquista del potere.
Ogni mattina, l'amicizia fa il giro della terra per ridestare gli uomini, affinché si possano felicitare a vicenda.
Questa immagine poetica di Epicuro dice tutto del suo pensiero. Egli vede nell'amicizia un mezzo di comunicazione, un'ideologia, che pur essendo nata dall'utilità finisce per identificarsi con il piacere e diventare il fine ultimo della vita.
Nell'etica epicurea si tende sempre a raggiungere emozioni medie: un buon pasto, ma senza esagerare, un rapporto amoroso, ma entro certi limiti. Secondo Epicuro: "La troppa quiete è accidia e l'esagerata attività è follia".
Ebbene l'amicizia è per l'appunto un sentimento medio, a metà strada tra l'indifferenza e l'amore.
«Chiacchierando! Quando due creativi s'incontrano, le idee dell'uno rimbalzano sulla testa dell'altro e tornano indietro amplificate. Poi ripartono di nuovo e tornano indietro ancora più amplificate di prima. In breve tempo i due creativi si moltiplicano e diventano quattro. Tre creativi diventano nove, quattro creativi diventano sedici e così di seguito.
Ebbene, tutto ciò è possibile solo se c'è un luogo dove incontrarsi, e quale luogo è più invitante di un'agorà? Oggi, invece, abbiamo l'automobile e la televisione: gli uomini escono direttamente dai loro garage e non hanno alcuna voglia d'incontrarsi: preferiscono correre sull'autostrada. Ci sono interi quartieri senza nemmeno uno straccio di agorà... sì, insomma, senza nemmeno una piazza.»
«Sì, ma anche viaggiando si cresce.»
«Mai! Socrate, a chi gli proponeva di andare a fare una passeggiata fuori le mura per contemplare la campagna, rispondeva: "A me della campagna e degli alberi non importa un fico secco, giacché non possono insegnarmi assolutamente nulla. L'unico viaggio che ancora mi interessa è quello all'interno dell'animo umano, e, dal momento che qui ad Atene di uomini ce ne sono tanti, non vedo perché dovrei muovermi".»
«Diceva proprio "fico secco"?»
«No, non lo diceva, però il senso era quello.»
«Mi riferisco alla smania o, per dirla con le parole dell'autore di Munasterio 'e Santa Chiara, Michele Galdieri, alla smania 'e turnà, quel particolare sentimento che accomuna tutti coloro i quali sono nati a Napoli, ma che per un motivo o per un altro sono stati costretti a lasciarla. Ecco, spesso mi chiedo se anche gli immigrati che arrivano sulle coste del nostro paese sono colti da questa smania, e se sì, come la definiscono. Io la nostra la definirei napolitudine.»
«Napolitudine...questo concetto non mi è nuovo, mi piace!»
«Anche a me! Se ci pensi bene, è come una parola spezzata, spaccata tra "Napoli" e "latitudine", che viene tenuta insieme da un collante, la malinconia.»
«Che può essere la malinconia di ciò che non abbiamo, che desideriamo più di ogni altra cosa al mondo ma che siamo impossibilitati a raggiungere. I portoghesi la definiscono saudade, e chissà, probabilmente anche altri popoli avranno una parola che possa descrivere questo sentimento.
L'argomento è difficile, perché è uno di quei vocaboli fraintesi continuamente, per alcuni la napoletanità è qualcosa di riprovevole, da distruggere, per altri è proprio il pregio di essere napoletani.
Anni fa ho cercato di andare incontro agli uni e agli altri facendo una distinzione tra napolitudine e napoletanità, intendendo con la prima le tristi condizioni in cui versano i napoletani, con la seconda, invece, una categoria dello spirito umano, un modo di pensare che non è patrimonio esclusivo dei napoletani. Insomma, può avere napoletanità anche uno nato a Stoccolma, purché abbia una certa visione ironica della vita. Oggi la mia idea di napolitudine è un po' cambiata. Anzi, ora che mi ci hai fatto pensare, sai cosa ti dico Alessandro?»
«Cosa?»
«In tanti hanno dato a questa parola un personale significato, ma per me napolitudine è un tipo di nostalgia inspiegabile, perché a me Napoli manca sempre, persino quando sono lì. Negli ultimi tempi non capita più così spesso, ma fino a qualche anno fa, pur vivendo a Roma, andavo a Napoli almeno due volte al mese.
Anzi, ero solito dire che abitavo in un quartiere periferico di Napoli che si chiama Roma, in quanto la mia città la porto sempre con me. Eppure, non so come spiegarlo, ma io la napolitudine la sento sempre, anche mentre passeggio tra le bancarelle di San Gregorio Armeno e sfioro i pastori creati dai maestri artigiani.
Mi si arrampica sulle papille gustative, stuzzicate dal profumo delle sfogliatelle appena sfornate. Mi accompagna come l'ammuina dei vicoli, che ritrovo immutata nel tempo, o come il profilo del Vesuvio, un paesaggio unico al mondo. Insomma, questa nostalgia avvolge tutti i miei sensi e mi agguanta lo stomaco come una mano fatta di tufo, la materia vulcanica nata dalla concentrazione di lava, pomici, cenere e lapilli, su cui è costruita l'intera città.»
«Sì, Luciano, l'essere napoletani non deriva soltanto dall'essere nati a Napoli, è uno stato emotivo viscerale, una forza che ci spinge ad andare avanti nonostante le difficoltà.»